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numero 4 | luglio 2007
La formazione dell'insegnante di italiano L2
ALMA edizioni
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Intervista a Carlo Guastalla

Entriamo in argomento con una domanda personale. Sei insegnante, autore di libri, formatore. Ma qual è stata la tua formazione?

La cosa più curiosa è che quando sono uscito dall’università ero convinto che non avrei mai insegnato. E invece il caso mi ha portato in questo mondo di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza. Ho fatto la formazione di base alla Dilit-IH di Roma, ho iniziato ad insegnare e nel contempo a studiare; poi sono entrato nell’equipe di formatori attraverso un duro corso interno alla scuola. Ora, nonostante lavori per Alma Edizioni, continuo a considerarmi un insegnante.
Per farla breve, ho cominciato dalla pratica, ma con l’idea che non avrei potuto non studiare per migliorare la qualità mio lavoro. In fondo credo che sia un percorso che ha accomunato molti di noi che hanno cominciato alcuni anni fa, almeno prima che proliferasse l’offerta universitaria.

Già, ad un certo punto l’Università si è svegliata. Oggi fioccano, almeno rispetto al nulla di pochi anni fa, i corsi di laurea, i master, le specializzazioni, i perfezionamenti. Come giudichi questo movimento?

Positivo. Quando ho iniziato a lavorare, studiare era un lavoro da autodidatta per volontà ferree. Poi è arrivato il Ditals che offriva la possibilità di studiare con l’obiettivo di prendere una “diploma”. Oggi le possibilità di approfondire le tematiche legate all’insegnamento sono innumerevoli, dalle certificazioni ai master.

Nella scheda illustrativa di un master si legge che “dà accesso a due tipi di professione: una, più orientata alla didattica, potrà ampliare gli aspetti glottodidattici per diventare insegnante di italiano per stranieri in contesti di lingua straniera o lingua seconda diventando un insegnante capace di riflessione e autovalutazione dei propri percorsi e una, invece, lavorerà verso la promozione della lingua e cultura italiane e quindi dovrà avere delle capacità di tipo organizzativo e progettuale”. Ora, a parte l’italiano vacillante, e a parte l’attendibilità di quel perentorio e ottimistico “dà accesso”, parole molto simili si ritrovano pressoché in tutte le presentazioni di altri analoghi master. Da nessuna parte, invece, si legge qualcosa a proposito di quale teoria della formazione e di quale teoria della pratica dell’insegnamento linguistico venga proposta dalle varie realtà accademiche. Davvero l’insegnamento linguistico e la formazione ad esso sono settori in cui impera un solo canone, per cui non mette più nemmeno conto parlarne? O molte università si pensano come dei diplomifici, per cui “tutto va bene”?

Con questa domanda tocchi due tematiche molto calde e controverse.
Al di là degli slogan e delle promesse dei bandi, uguali da Università ad Università ed egualmente incomprensibili, l’offerta formativa non può certo dirsi “professionalizzante”.
È questa, purtroppo, una stortura storica del sistema educativo italiano, che opera da sempre in una logica di contrapposizione dei saperi: quelli nobili, teorici e speculativi contro quelli minori, pratici ed esecutivi. Ecco così che, in un master come in un corso di laurea specialistico, la stragrande maggioranza del tempo rivolto all’apprendere come si insegna è dedicata allo studio teorico di tutte le materie che attengono all’insegnamento linguistico. Il rimanente “tirocinio” si esaurisce generalmente nell’osservazione di qualche ora di lezione, con il risultato che dopo due anni di master il “masterizzato” non ha generalmente mai avuto la responsabilità piena di un’ora di lezione con studenti veri e un vero tutor ad osservarlo, non si è mai guardato all’opera e non ne ha mai discusso con i suoi formatori.
Chi accede a questi corsi senza aver mai insegnato non si scandalizza perché è la norma, fa parte della propria storia di studente universitario. Tuttavia, oltre ad essere una cosa abbastanza incomprensibile, è anche un peccato perché con l’attivazione di questi corsi c’era finalmente la possibilità di indicare una strada nuova in Italia nell’ambito della cosiddetta Education.
L’insegnante di L2 tradizionalmente si è sempre interrogato più sul proprio agire che sulla sua “disciplina”, la lingua: la stessa teoria, la materia glottodidattica, si avvale di scienze a sé stanti come la sociologia, la linguistica, la psicologia, e le mette al servizio di un più alto obiettivo: far sì che lo studente impari in modo (più) efficace.
Questo scopo, finale e puro, a ben pensare dovrebbe essere quello che muove l’insegnante di qualsiasi materia, dalla Storia alla Matematica, dall’Educazione Civica all’Educazione Fisica. Così il “metodo glottodidattico” avrebbe potuto indicare la strada, ad esempio, alle SSIS, dove si dovrebbe insegnare ad insegnare ed invece si fa, per essere diplomatici, in modo insufficiente.
Quanto al “canone” di cui parli, l’impressione è che la tendenza sia quella di “non schierarsi”. Dopo la strutturalismo, dopo l’ondata comunicativa, dopo l’illuminazione umanistico affettiva, dopo il LAD e il LASS, dopo questo e tanto altro… ora basta. L’insegnamento di lingua è diventato maturo. Il formando è messo a conoscenza di tutto e dovrà conoscere tutto: la storia, le modalità, le implicazioni, gli obiettivi didattici… poi starà a lui attingere qui e lì per strutturare la propria lezione in modo che “funzioni” meglio.
Sembra uno spot efficace, ma c’è qualcosa che non mi torna perché sono sempre stato convinto che dietro una singola scelta didattica c’è una visione del mondo e quindi dello studente che ho di fronte. Ogni mia azione gli dice (e dice) come sto considerando le sue competenze e la sua intelligenza, come sto pensando il suo stare in questa classe, in questa comunità , in questa cultura.
Se il mio agire didattico è mosso da una siffatta convinzione, una scelta non vale l’altra e prima di sperimentare se un’attività “funziona” mi interrogherò sul significato di quella proposta a livello cognitivo.
Il “non schierarsi” e il mostrare tutto sullo stesso piatto in modo acritico sarà pure politically correct, ma un formatore secondo me dovrebbe avere un altro obiettivo rispetto a quello di apparecchiare una tavola con tutte le portate.

È un quadro desolante.

Chi vuole imparare sul campo a lavorare e costruire degli strumenti adeguati ad entrare in classe ha molte possibilità. A parte quella di buttarsi nella mischia, che sconsiglio categoricamente, ci sono moltissime istituzioni private che offrono diversi tipi di formazione, alcune in modo molto serio.
Una volta in classe lo studio assume tutto un altro senso: ogni propria azione viene letta alla luce di quello che si sta studiando: anche se forse non viene richiesto, è gioco forza un continuo mettere in discussione il proprio modo di agire. I limiti che ho tratteggiato nella formazione universitaria riguardano l’aspetto “professionalizzante” e formativo di base.

Quali sono a tua conoscenza i contesti in cui è più facile, o meno difficile, trovare lavoro? E quali quelli in cui il lavoro è meno precario, meglio retribuito, o tutte e due le cose?

Ad un neo-formato che intende buttarsi in una classe ad insegnare e fare esperienza consiglio di partire, andare all’estero in qualche grande città e contattare le scuole private, le università, gli Istituti italiani di cultura, le Dante Alighieri e tutti gli ambiti istituzionali e non in cui si insegna l’italiano. Molto probabilmente troverà da lavorare. E in alcuni casi potrà avere anche la fortuna di ottenere retribuzioni interessanti.
In Italia poi sono innumerevoli le scuole private in cui si insegna italiano L2. Le paghe sono da fame, intorno ai 10 euro l’ora, ma in compenso il lavoro c’è, per lo meno nelle grandi città o, in estate, nei luoghi di villeggiatura. Per ambire a posti di lavoro meglio retribuiti bisogna cercare di capire come entrare nei centri linguistici universitari e nelle Università americane, in cui comunque, in entrambi i casi, non è così semplice accedere (sempre, comunque, da precari). Direi però che fortunatamente la possibilità di fare esperienza pagata (poco, ma pagata) c’è. Il problema grosso è il passaggio dal cominciare a fare questo lavoro al continuare a farlo.

Cioè?

La nostra categoria ha un problema di fondo: istituzionalmente non esiste. Non esiste un inquadramento né una classe di concorso: il singolo insegnante ha solo il proprio curriculum da mostrare in Italia e all’estero. Da qui anche la proliferazione dell’offerta formativa e la corsa da parte di tanti insegnanti, al famigerato “pezzo di carta” da allegare. Le FAQ sono: “è riconosciuto?”, “mi dà punteggio?”. Le risposte sono elusive perché se dovessero essere vere reciterebbero “no” e “no”.
Non esistendo una categoria non solo non c’è un “posto di lavoro” per cui fare un concorso, ma non c’è neanche la possibilità di riunirsi dal basso e rivendicare qualcosa perché i rapporti lavorativi sono in massima parte precari e quindi sotto ricatto.
Di fatto quello che succede nella stragrande maggioranza dei casi è che le scuole private si fanno concorrenza tra di loro risparmiando (anche) sugli stipendi degli insegnanti, penalizzando peraltro quelle poche realtà in cui si cerca di applicare condizioni contrattuali urbane.

Per provare a uscire dalle secche della lamentazione individualistica e delle diagnosi ciniche (“il mercato è questo, adattatevi”), vedi un qualche futuro per una sorta di “movimento di insegnanti di italiano L2” che voglia provare a cambiare qualcosa, anche a livello politico e legislativo?

Come accennavo, fino a qualche anno fa c’erano stati alcuni tentativi di creare dei movimenti di insegnanti, ma il problema era sempre lo stesso: bisognava metterci la faccia. Questo significava per molti la probabile perdita del proprio precarissimo posto in classe.
Ricordo riunioni in un centro sociale a Roma e una manifestazione della scuola pubblica in cui un gruppo di insegnanti co.co.co. si presentò con uno striscione che recitava: “Insegnanti di italiano per stranieri - Fuori dall’invisibilità!”. Poi, di nuovo, il nulla.
Oggi qualcosa si muove di nuovo, ma in modo diverso, usando le possibilità di internet di creare reti mondiali di persone, perché non bisogna dimenticare che siamo, oltre che una tra le più maltrattate, la categoria più sparpagliata che possa esistere. Sul web ci sono diversi luoghi virtuali di incontro: liste di discussione, blog, forum, in cui i problemi della categoria sono all’ordine del giorno. Il primo obiettivo è far sentire la propria voce, in primis a quei professori universitari che poi sono i più vicini alle istituzioni e a cui toccherebbe il compito di muovere i fili per cambiare questo stato di cose.
Non dimentichiamo che a livello istituzionale ci sono delle storture anacronistiche e davvero sconvolgenti. Una su tutte: il Ministero degli Esteri ogni anno manda nelle Università straniere e nelle scuole italiane all’estero un interessante numero di professori ad insegnare italiano come lingua straniera. Al concorso per queste posizioni possono accedere solo professori di ruolo nella scuola pubblica, ma a oggi non esiste abilitazione in italiano L2 o LS, quindi la strada è sbarrata proprio a chi ha le competenze. Sembra una follia, un cane che si morde la coda. Per non parlare della situazione degli Istituti Italiani di Cultura, che formalmente dipendono sempre dal MAE. Anche qui la strada è generalmente sbarrata.
Se non possiamo avere un riconoscimento istituzionale almeno ci lasciassero fare il nostro lavoro dove c’è bisogno!

In conclusione: una ragione a favore del lanciarsi in questa “carriera” e una ragione, se non contro, almeno di cautela.

La ragione a favore è una e semplice: insegnare la propria lingua è un lavoro bellissimo, pieno di sfaccettature ed estremamente formativo. Un caro collega, a chi gli contesta di non viaggiare abbastanza, ama ripetere il suo refrain, che suona più o meno così: “ogni volta che entro in classe sono cittadino del mondo, viaggio in paesi diversi, in culture diverse, conosco e imparo, cambio, cresco, mi trasformo”. C’è una buona parte di verità.
Quanto alle ragioni di cautela, credo di averne parlato abbastanza. Di certo se si mira ai soldi, questa è la strada sbagliata e serve un’immediata inversione a U. Quanto al resto, provare per credere.