 Intervista
a Patrick Boylan
Patrick Boylan, laureatosi in
Lettere all'Università della California e con un master in Stilistica
letteraria alla Sorbona, è professore associato di Lingua e Traduzione Inglese all'Università Roma Tre dove ha
creato il primo insegnamento in Italia di "Inglese per la comunicazione
interculturale". È stato un pioniere, fino dagli anni ‘70, dell'approccio
etnografico all'apprendimento delle lingue. Ha sviluppato inoltre la tecnica dell'"identikit culturale di un sosia L2"
per facilitare l'interiorizzazione della cultura L2 come forma mentis. Le sue
ricerche riguardano soprattutto l'epistemologia dell'apprendimento linguistico
e della comprensione interculturale e, nel campo informatico, il dialogo
uomo/macchina. È co-fondatore e membro del direttivo della SIETAR-Italia
(Society for Intercultural Education, Training and Research) ed è stato membro
del direttivo della SIETAR-Europa, dell'AIA (Associazione Italiana Anglistica)
e dell'IALIC (International Association for Language and Intercultural
Communication). È membro del comitato scientifico e editoriale della rivista "Cultus: the Journal of intercultural mediation and
communication".
Sei l'autore di un
corso di lingua inglese basato su un approccio "comunicativo-culturale". Decisamente
una novità nel panorama italiano per l'epoca (il libro è del 1987*).
In che cosa si differenziava già allora dal più noto approccio comunicativo?
Si basava una visione più ampia della comunicazione umana. Molti docenti
pensano di seguire il "metodo comunicativo" quando, in una lezione di inglese
L2, dicono a Mario di chiedere l'ora a Maria in inglese e dicono a Maria di
rispondere che sono le otto. Ma questa non è affatto un'attività comunicativa.
I due alunni parlano, sì, ma è una recita, non una vera comunicazione tra di
loro: a Mario non importa di sapere l'ora e se Maria guardasse il suo orologio
si accorgerebbe che non sono affatto le otto. I due alunni stanno semplicemente
svolgendo un esercizio scolastico denominato "dialogo" per utilizzare (o per
far vedere al docente che sanno utilizzare) determinati vocaboli, regole
sintattiche, ecc. Nei fatti, dunque, si tratta di una vecchia lezione
grammaticale-traduttiva travestita da dialogo.
Invece in una lezione di lingua davvero comunicativa, vengono create
situazioni che spingono gli alunni a voler mettersi in rapporto gli uni con gli
altri tramite la lingua, a voler interagire per finalità regolatrici, interpersonali,
immaginative, ecc. (alludo alle varie funzioni di discorso definite da Halliday).
Perché i vocaboli, da soli, non "vogliono dire" nulla. Sono i parlanti che
devono voler dire qualcosa usando anche quei vocaboli.
Questo è il segreto del successo del "Task Based Language Learning", ad
esempio la realizzazione di una video-inchiesta in lingua da spedire ad una
classe gemella all'estero, oppure l'elaborazione di un'intervista in lingua,
utilizzata poi con parlanti nativi scovati nei luoghi turistici della propria
città. È anche il segreto della "pédagogie
du travail" che Freinet introdusse nella scuola elementare nel 1923: i
bambini realizzavano un giornaletto da diffondere nelle altre classi della
scuola utilizzando, in un epoca pre-computer, una vera tipografia che il
docente allestiva nell'aula. In tutti questi casi la didattica mira a
sviluppare negli alunni autentiche volontà espressive, per poi indirizzarle
opportunamente.
Quindi una lezione di lingua è "comunicativa" quando fa sì che gli
alunni vogliano realmente comunicare qualcosa a qualcuno tramite la L2, per tutti gli scopi che
Halliday elenca - quindi non soltanto per scopi "informativi" come nel 90%
degli esercizi "comunicativi" che troviamo nei libri di testo (e come nel
nostro esempio di Mario che interpella Maria in inglese per "informarsi dell'ora").
No, saper comunicare vuol dire molto ma molto di più di "informarsi". Vuol dire
saper usare la L2
per imprecare, per far ridere, per supplicare, per ironizzare, per esaltare con
un'immagine poetica. I tuoi alunni hanno mai provato un'emozione usando la loro
nuova lingua? L'hanno mai usata per canzonarti o per adularti? Se rispondi di
sì, il tuo è stato un insegnamento "comunicativo" della L2.
La lezione di lingua diventa poi "comunicativo-culturale" quando fa sì che gli alunni
vogliano realmente
comunicare qualcosa a qualcuno tramite la
L2, ponendosi e relazionandosi in un modo per loro diverso -
segnatamente, in un modo consono con la cultura di una delle comunità che
parlano la L2. Nota
che ho detto "consono" - non ho detto che bisogna scimmiottare i modi di
parlare e di fare di un cosiddetto "parlante nativo ideale". E ho parlato di "comunità"
al plurale, ognuno con la sua varietà della L2: non esiste una comunità di "parlanti
nativi ideali" che parlano sempre e ovunque una L2 "pura", tranne negli
stereotipi, come Byram, Kramsch ed altri hanno dimostrato. Esistono solo
comunità variegate, ognuna con gamme di modi tipici di esprimersi e di porsi.
Per concludere, in un corso di lingua comunicativo-culturale gli alunni
interiorizzano una gamma di modi di esprimersi e di porsi nella L2, per poi
farne una sintesi personale.
Bisogna davvero prendere a modello determinati
parlanti nativi? Nel parlare una lingua straniera, non è meglio essere se
stessi e basta, senza cambiare le proprie abitudini espressive? Almeno, così si
dice.
Chi dice così non si rende conto di quello che fa persino nella propria
lingua madre. Gli studi fatti da Giles ed altri sul fenomeno dell'accomodamento
dicono che un parlante stabilisce un migliore rapporto con i suoi interlocutori
se aggiusta il proprio modo di parlare per essere più simile al loro. È quello
che facciamo istintivamente, tutti quanti, nella nostra lingua madre quando
parliamo, per esempio, ad un bambino, ad un compaesano, ad un giudice, ecc. Cambiamo
registro e codice ma soprattutto mentalità e modo di porci. Ed è proprio questo
quello che dovremmo fare quando parliamo una lingua straniera.
Come? Ogni lingua è in realtà una famiglia di idiomi diversi, perciò
durante la fase di apprendimento della L2 impareremo ad interiorizzare uno di
essi - non a fondo, basta un assaggio, mordi e fuggi - per poi interiorizzarne
un altro il mese successivo e via discorrendo. Ciò ci abituerà non solo ad
accenti e stili diversi ma soprattutto ad associare modi diversi di usare la L2 con valori e stili di vita diversi.
Cominceremo a capire la complessità dell'altra cultura dall'interno, diventando momentaneamente, tramite l'immaginazione,
membri di alcune delle sue comunità.
Ma tu fai fare tutto
questo nei corsi avanzati soltanto, m'immagino?
Per niente. Il mio corso Accenti sull'America, di cui parlavi
prima, è studiato per principianti (falsi principianti, per la precisione). Il
corso fa sentire loro i vecchi programmi radiofonici americani, illustrati con
fumetti, in cui appaiono tantissimi accenti e socioletti [varietà linguistiche
tipiche di classi sociali, ndr] diversi.
Durante le lezioni iniziali, gli alunni fanno i loro primi passi in inglese
sentendo (e parlando come) i cowboys americani - quelli della versione
radiofonica del film Stagecoach (Ombre Rosse) con John Wayne -
poi sentono e imitano il parlato della East Coast colto, quello del
radiocronista del celebre programma di Orson Welles, War of the Worlds. Troppa
confusione? Per niente - gli alunni sono abituati a sentire cambiamenti ancora
più marcati e repentini guardando MTV in inglese. Col tempo, poi, fanno
istintivamente una sintesi, esattamente come hanno fatto da bambini in
italiano.
Hai detto che una
lezione L2 diventa "comunicativo-culturale" quando gli alunni si pongono
"in un modo consono con la cultura L2". Che vuol dire? In base a quello che hai
detto fin qua non potrebbe sembrare, banalizzando un po', che debbano in
pratica abituarsi alle pronunce delle diverse comunità L2?
No, no, quello è l'aspetto superficiale, c'è molto di più. "Porsi
diversamente" vuol dire che gli allievi devono imparare ad assumere
(interiorizzare) formae mentis diverse: devono imparare ad atteggiarsi da
cowboy del Texas, da radiocronista newyorkese, ecc. E, naturalmente, devono
imparare a smettere, momentaneamente, di porsi da italiani.
Sono ovviamente goffi i tentativi che fanno gli alunni di porsi da
cowboy o da radiocronista americano. Ma il solo fatto di provarci consente loro
di cogliere l'essenza del linguaggio, l'essenza di una lingua, che è, appunto,
l'espressione di una modo di essere, di una forma mentis.
Infatti, una lingua non è una massa di parole legate da regole di sintassi, ma
qualcosa di più (oserei dire) spirituale. Te ne accorgi quando, ad una festa
all'estero, vedi i tentativi non riusciti di fare conversazione, di un
connazionale che cerca maldestramente di usare la lingua del posto. Magari i
vocaboli e la sintassi che usa sono corretti, ma ciononostante egli stona
perché esprime, attraverso la L2,
idee italiane alla maniera italiana con atteggiamenti e gestualità italiani. Anche
se non commette errori grammaticali, tu percepisci che quello che dice è italiano,
rivestito da parole della L2. Ora ciò che tu percepisci nei suoi discorsi, dopo
aver fatto astrazione del rivestimento, è la lingua italiana allo stato puro.
Questo esempio fa vedere, dunque, che una lingua è, essenzialmente, l'articolazione
di una certa volontà espressiva. Insegnare una lingua, dunque, vuol dire,
essenzialmente, insegnare agli alunni a volersi porre diversamente: come un
membro di una comunità L2.
Spesso si dice che, per sapere bene una lingua, bisogna "pensare" in
quella lingua. In realtà bisogna fare molto di più, proprio perché le lingue
sono stati volitivi, non mere costruzioni cognitive. Bisogna compiere dunque
una "ricodifica affettiva", per dirla con Stevick, e una ridirezione della
propria volontà. Così si ottiene una "Transformation of Consciousness",
cioè una trasformazione del proprio assetto esistenziale.
Tutto questo può sembrare esoterico, ma non lo è. Lo facciamo tutti i
giorni, come dicevo prima. Quando, conversando, stabiliamo una grande sintonia
con un bambino, con un compaesano, con un prete, ecc., cambiamo momentaneamente
non solo la nostra mentalità abituale ma anche il nostro stato affettivo e
assetto volitivo abituali. Per esempio, quando riusciamo ad entrare davvero in
sintonia con un bambino, torniamo bambini anche noi, giochiamo con più piacere
di quanto non facciamo da adulti e diamo meno importanza (almeno, per il
momento) ai nostri appuntamenti e ai nostri doveri. Entrando in sintonia con un
compaesano incontrato nell'osteria del villaggio, torniamo paesani anche noi,
mangiamo magari le fave crude che lui ha messo sul tavolo e che non compreremmo
mai in città: mangiandole, ci sembra di diventare più autentici. In un caso
come nell'altro, produciamo in noi stessi una "Transformation of
Consciousness" che ci consente, poi, di comunicare con il bambino o con il
compaesano molto meglio, parlando non soltanto la loro lingua (italiano o
dialetto) ma anche il loro linguaggio.
Vedi? In italiano l'espressione che ho appena usato, "il loro linguaggio",
allude proprio a quella cosa spirituale che dicevo prima e che è l'essenza di
una lingua: ossia, una certa volontà espressiva che deriva da un certo modo di
porsi. Questo
dovrebbe essere l'oggetto del nostro insegnamento in un corso L2.
Come la definiresti
oggi la "competenza interculturale"?
Come l'ho definita vent'anni fa: sapersi dislocare nella forma mentis di
un interlocutore di altra cultura. Ed acquisire così una nuova visione del
mondo. È proprio per acquisire più visioni del mondo che si studiano le lingue,
no?
Per chi vuole saperne di più?
Suggerisco alcuni scritti scaricabili dal mio sito, www.boylan.it, alla pagina pubblicazioni: "La competenza interculturale
attraverso l'insegnamento comunicativo-culturale delle lingue"; "Imparare (ed
insegnare) una lingua viva è un umanesimo"; "Seeing and saying things in
English". In quanto al corso
radiofonico che ho descritto, non è reperibile (la casa editrice ha chiuso)
anche se sto pensando di mettere in Internet una vecchia copia scannerizzata.
Comunque tutte le mie lezioni all'Università Roma Tre dal 1988 sono su
www.boylan.it (pagina didattica
> corsi ). Guardate, ad esempio, il corso di Prima Annualità dell'anno accademico 2006-07.
* Accenti sull'America. Curcio, Roma, 1987. Clicca qui per leggere la postfazione.
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